Un bel dialogo sul rinnovamento.
Di recente ho avuto modo di dialogare con Claudio Alberti, che è il
coordinatore del circolo "Ventietrenta" di LibertàEguale, sul tema del
rinnovamento in politica anche a proposito di quello che sto vivendo
come giovane candidato al Consiglio Regionale del Lazio. Ne è uscito un
bel dialogo con una bellissima lettera di Claudio ed una mia risposta.
Posto il tutto in questa nota e ve ne consiglio la lettura.
http://www.libertaeguale.com/index.php?agoraid&id=152
Caro Livio,
le generazioni precedenti hanno accumulato per noi un patrimonio
prezioso. Ci hanno infatti assicurato un periodo di pace e benessere
lungo come non mai, propiziato dalla vittoria dei valori supremi della
libertà e della democrazia sull'oscurità dell'oppressione: come uomini, i
nostri padri hanno esplorato l'infinitamente piccolo dell'atomo e
l'infinitamente grande dell'Universo. Le loro conquiste scientifiche
contribuiscono ad allontanare da noi lo spettro del dolore fisico, della
vecchiaia e perfino della stessa morte. Le loro menti e il loro spirito
ci hanno regalato un bagaglio di cultura che ci rende un po' meno nani
sulle spalle di giganti ancora più alti che in passato, e il loro
tormento ha accorciato le distanze di un mondo oggi fatto di reti,
connessioni, comunicazioni.
Posta in questi termini la faccenda, sembrerebbe uno sgarbo chiedere che
ora quelle generazioni lascino il campo. Eppure siamo qui a parlare di
rinnovamento, che noi intendiamo innanzitutto come ricambio
generazionale. Siamo qui a chiedere con forza di avere ancora più
spazio, ancora più possibilità, ancora più ambizioni, come se non ci
bastasse quello che già altri hanno fatto per noi. Sembreremmo
l'infelice a cui Enzensberger chiedeva come potesse considerare un suo
diritto che il cielo fosse più alto della schiena del suo cane. Ma mai
come oggi è, a mio avviso, necessario lavorare per preparare un
rinnovamento: le condizioni storiche in cui ci troviamo, alla fine di un
ciclo politico segnato dalla figura di Berlusconi (a destra) e dalla
transizione verso l'unità riformista (nel campo del centrosinistra),
come il travaglio della crisi di un ciclo economico e sociale, non ci
impongono troppe prove a nostro sostegno, a mio avviso. Proprio per le
particolari condizioni del nostro Paese, inoltre, il rinnovamento
politico non può che passare attraverso il ricambio generazionale.
Ebbene, se la democrazia non può esistere senza dinamismo sociale, se la
promessa che questa forma di organizzazione della società porta con sé è
quella di un futuro migliore da costruire attraverso la partecipazione
di tutti, non è difficile dire che un mancato ricambio generazionale in
politica è un sintomo, innanzitutto, di un deficit di democrazia. Ma non
voglio concentrarmi su questo, perché le sorti della democrazia
italiana sarebbero un tema troppo complesso per le mie modeste pretese.
Conviene, dunque, restringere lo sguardo al nostro campo, al Partito
Democratico: la tua candidatura nella lista del PD per le prossime
regionali, in uno splendido giovane isolamento, mi offre lo spunto per
dire che il mancato ricambio generazionale è, per il partito a vocazione
maggioritaria che io e te speravamo di costruire, innanzitutto un
problema di deficit di offerta politica. Mi sembra che questo aspetto,
finora sottovalutato, sia invece fondamentale per comprendere quali
dovranno essere i nostri impegni: banalizzando la questione del ricambio
generazionale, potrei ridurre tutto ad un rapporto distorto tra domanda
e offerta, come se la nostra generazione fosse un prodotto. Se può
sembrar vero, dunque, che nei partiti si può notare un deficit di
offerta, cosa dire dell'altra sponda del rapporto? Esiste in Italia,
forse, una vera domanda di ricambio e rinnovamento politico? A mio
avviso, purtroppo, ancora no.
Per spiegare questa mia amara constatazione, ricorro per un attimo alle
elaborazioni di Manuel Castells. Nelle competizioni elettorali,
essenzialmente, i cittadini scelgono in base a due domande fondamentali:
1) quali sono i problemi più importanti in questo momento, e 2) chi può
risolverli. Applicando queste domande all'Italia, devo dire che, nelle
elezioni che ricordo, molto raramente ho visto mettere delle questioni
che riguardano noi giovani in risposta alla domanda 1). Ancora peggio,
anche nelle rare occasioni in cui queste erano presenti, non ho mai
visto citare uno di noi nella risposta alla domanda 2). In poche parole,
le nuove generazioni sono quasi assenti dall'agenda politica del Paese,
e, quando sono presenti, c'è qualcun altro che agisce in loro vece. Per
questo dico che manca ancora una vera domanda di rinnovamento:
purtroppo, nei rari casi in cui i partiti hanno provato a rompere il
circolo vizioso che impedisce l'effettivo ricambio generazionale, hanno
agito a un livello sbagliato, cercando di "pompare" l'offerta,
attraverso l'affannosa ricerca di candidati giovani (meglio se donne)
alle elezioni, qualche cooptazione negli organismi dirigenti, e ragazzi
usati come scenografia di qualche presentazione di mozione (perfino la
formazione politica, che pure ha raggiunto una qualità considerevole in
alcuni appuntamenti, risulta superflua se non è accompagnata da un serio
e organico progetto di rinnovamento). Tutto questo andando nella
direzione opposta rispetto a quella, secondo me, da seguire: un deciso
stimolo della domanda, per restare nella metafora. Un'offerta slegata
dalla domanda si svaluta presto, diventa superflua: un'intera
generazione, posta di fronte ad una domanda inesistente, rischia di
svalutarsi nel conformismo e di cadere nella triste condizione di
dipendenza nei confronti dei potenti di turno, i soli in grado di
concedere velenose briciole di finta responsabilità a giovani burattini
nelle loro mani. Se chi vuole il rinnovamento e il ricambio non saprà
stare nel mercato, sarà nella migliore delle ipotesi dipendente dagli
aiuti esterni.
Questo, a mio avviso, è il compito più ambizioso che dobbiamo porci
oggi: come nuove generazioni, come giovani, come persone ansiose di
assumersi nuove responsabilità per il bene presente e futuro della
comunità, abbiamo il dovere di dare vita al più vigoroso stimolo della
domanda politica di rinnovamento che si ricordi. Dobbiamo convincere i
nostri connazionali, il nostro "mercato" che 1) tra i principali
problemi da valutare ce ne sono alcuni che, partendo dagli interessi
specifici delle nuove generazioni, vanno a toccare l'intero sistema
paese (penso, a solo titolo di esempio, ai necessari adeguamenti della
legislazione sul lavoro, alla fiducia nella formazione e la ricerca,
alle nuove questioni ambientali, al ripensamento dei vincoli alla
libertà d'impresa per i nuovi competitors, alla gestione del sistema del
credito, all'elaborazione teorica e pratica sui nuovi diritti), e 2) le
nuove generazioni possono assumersi la responsabilità di risolvere quei
problemi, ed essere valutate su questo secondo meriti e demeriti.
Abbiamo, dunque, un'opinione pubblica da convincere. La domanda che
dobbiamo convogliare è fuori dai nostri steccati, fuori dalle nostre
frequentazioni abituali, fuori dai nostri circoli. Ci sono muri da
superare ed altri da abbattere, punti lontani da raggiungere e punti
vicini da conoscere nuovamente, ma solo in questo modo, con un vigoroso
stimolo della domanda politica di rinnovamento, potremo raggiungere, noi
povero prodotto che non vuole svalutarsi, il nostro mercato. Sappiamo
che anni fa era stato eretto a simbolo della nostra generazione un
simpatico romanzetto intitolato (non a caso) "Indecision": quello è un
punto di partenza che dobbiamo superare al più presto. Conoscendo molti
ragazzi della mia età, posso dire che sul mercato l'offerta c'è, ora
dobbiamo trovare la domanda.
Come ci insegna l'economia, ogni prodotto presuppone, per la sua
creazione, la distruzione di qualcos'altro. Anche noi dobbiamo essere
pronti a distruggere qualcosa, se vorremo esistere: dobbiamo creare
innovazione, idee, iniziativa politica, ed essere pronti a distruggere
un po' di quello che c'era prima. Non era nostro diritto, tanto per
tornare alla similitudine di prima, che il cielo fosse più alto della
schiena del nostro cane, ma possiamo convincere l'opinione pubblica che
sapremmo portare quel cielo ancora più su. Sarà dura, ma non
impossibile.
Io, caro Livio, spero di poter riempire un po' di vita con questo
dovere. Cominciamo subito.
Claudio Alberti
http://www.libertaeguale.com/index.php?agoraid&id=153
Caro Claudio,
la tua lettera mi ha riempito di soddisfazione. Non solo per i nobili
concetti e lo spirito d'idealità apprezzabile, ma anche perché mi
consente di poter approfondire un tema che è quanto mai necessario al
dibattito politico nazionale anestetizzato su altre tematiche spesso
molto distanti dai reali interessi di tutta la popolazione. Questo tema è
appunto il rinnovamento della politica.
Ben hai fatto, caro Claudio, ad iniziare la tua lettera descrivendo
quale è la situazione del nostro mondo moderno. Bisogna essere
obbiettivi e considerare tutti gli aspetti, compresi quelli negativi,
quando si fa un'analisi politica. E senza dubbio possiamo arrivare a
dire che questo periodo storico che stiamo vivendo, rispetto
all'immensità della storia, è un periodo di gradi conquiste sociali e
scientifiche. E gran parte di questi meriti sono da attribuire ai nostri
padri, alle nostre madri e alle generazioni precedenti.
Il nostro continente, l'Europa, con tutte le difficoltà che vede davanti
a sé, specialmente in questo delicatissimo periodo di crisi economica, è
una realtà politica che ha consentito a nazioni storicamente avverse di
convivere pacificamente, utilizzando la cooperazione come modalità di
crescita reciproca. Rispetto ad un'altra generazione non abbiamo mai
visto conflitti nel continente europeo.
Non sappiamo se il futuro sarà più o meno pacifico rispetto al nostro
tempo. Ma senza dubbio possiamo considerarci dei privilegiati rispetto a
ciò che è stata nei secoli passati la storia dell'Europa.
Questi grandi sviluppi nel campo della politica e della società sono
stati accompagnati da grandi sviluppi anche di tipo scientifico e
tecnologico. Quest'ultimo è una tema che a mio parere va direttamente
collegato con quello dello sviluppo sociale del mondo. Grazie alla rete
tutti i cittadini possono scambiarsi informazioni o contatti con altre
persone in ogni parte del globo.
Ogni strumento può aver un utilizzo buono o cattivo. Ma senza dubbio
internet tende sempre di più a divenire come uno strumento che non
esiterei a definire di "emancipazione sociale". E mi permetto di
aggiungere un tema in più: la rete a mio parere è il principale motivo
per cui molti stati sono stati costretti, pur tralasciando la democrazia
sostanziale, ad aderire ad una forma di stato a "democrazia formale".
Le piazze di Teheran non avrebbero fatto così tanta notizia qualche anno
fa senza la rete. La situazione è ancora molto critica ma possiamo ben
dire che le autorità locali hanno nella libera rete e nella libera
circolazione delle notizie un avversario. Un nemico della tirannia.
Ecco perché mi permetto di dire che internet può essere la massima
rappresentazione di una forma di "emancipazione sociale". Perché
probabilmente è stata la più grande innovazione tecnologica degli ultimi
anni.
Questi meriti dunque sono attribuibili ai nostri padri.
Ma, come detto in precedenza, un'analisi obbiettiva non può che
comprendere, oltre gli aspetti positivi, anche gli aspetti negativi e
controversi.
E allora, a proposito della gestione pubblica del paese, mi permetto di
dire che, soprattutto negli ultimi 30 anni, le generazioni passate hanno
compiuto errori che potrebbero ripercuotersi soprattutto sulle giovani
generazioni.
Sempre resterò grato a chi combatté durante la guerra nelle file della
Resistenza. Sempre sarò grato ai nostri costituenti che vagliarono la
nostra Carta Costituzionale, così avanzata e attuale così quanto sotto
attacco in questi tempi.
Ma una corretta disamina mi porta pure a dire che negli ultimi anni una
gestione non opulenta dell'economia nazionale ha portato a gravi
problemi per noi giovani. E gli effetti si faranno sentire ancor di più a
seguito di questa crisi economica.
L'Italia è il paese del terzo debito pubblico al mondo, dopo Stati Uniti
e Giappone, pur non essendo la terza economia del mondo. Questa
situazione non solo porta ad una difficoltà nella definizione della
"scelta politica" (scelta che, per continuare ad utilizzare termini
economicisti, richiede quasi sempre un costo) ma anche perché questo
spaventoso debito si fa sentire per le generazioni future incerte per il
loro percorso di vita lavorativo e incerte sull'inalienabilità di
principi considerati come sacrosanti come quello del trattamento
pensionistico.
In più, oltre questo aspetto legato alle vicende nazionali, è anche lo
scenario globale che produce un sentimento che definirei di
"incertezza": a seguito della caduta del muro di Berlino, e a seguito
della morte dell'Unione Sovietica e del mondo diviso in blocchi,
qualcuno ha parlato di fine della storia.
Può darsi effettivamente che con questa fine delle ideologie si sia
arrivati ad una fase profondamente diversa della politica, col
pragmatico sostituito alle scelte di campo ed alle prese di posizioni
nette.
Questa incertezza è stata alimentata da una visione degli ultimi
vent'anni che si dimostrata vera fino ad un certo punto: pensavamo, dopo
il 1991, di essere entrati in una fase di unilateralismo statunitense
dopo il condominio sovietico-americano. Alcuni eventi storici hanno
portato a credere che questa teoria fosse fondata (guerra in Iraq) e
altri ci hanno fatto credere che il centro del mondo fossero diventati
gli Stati Uniti (attacco alla Torri gemelle).
Ma la situazione economica e politica mondiale di questi anni ci insegna
qualcosa di più. E da una fase che potevamo definire di unilateralismo
ci troviamo invece numerosissimi attori sulla scena!
La crescita esponenziale della Repubblica Popolare Cinese è qualcosa che
da tempo si tiene d'occhio. E si tratta di una crescita non solo in
tutti i settori (anche in quello dei saperi) ma anche di un
rischio-emulazione da parte di altri paesi. Cina eretta come modello di
crescita alternativo agli Usa. Uno scenario non positivo (visti gli
standard dei diritti umani e civili che ci interrogano se può esserci
crescita economica con una così bassa considerazione della principali
basi etiche).
Ma un mondo che inizialmente era bipolare e si è illuso poi di essere
divenuto unipolare, ci mostra un quadro da multilateralismo a tratti
estremo: l'India, secondo paese per numero di abitanti al mondo, sta
registrando una grandissima crescita e una dinamicità economica quasi
pari a quella cinese. E già molto osservatori vedono il modello
"federalista, democratico e socialdemocratico" indiano come la vera
alternativa al modello "centralista, totalitario e turbo-capitalista" di
Pechino.
Ma il quadro si arricchisce ancor di più con paesi che tendono ad
assumere un ruolo sempre più importante nello scacchiere mondiale: da un
Brasile che guida la riscossa sudamericana, ad un Sud Africa che dopo
la triste esperienza dell'Apartheid assume un ruolo sempre più
importante.
Per non parlare poi della dinamicità del Messico e del ruolo di cerniera
tra Sud-Est asiatico o Oceania dell'Indonesia, quarto paese al mondo
per numero d'abitanti.
Da qui una notevole centralità politica assunta dal G-20 a scapito
dell'anacronistico G-8.
Questo brusco "triplo passaggio" nell'arco di meno di 21 anni crea
questo spirito d'incertezza che colpisce gran parte della nostra
generazione.
Un'incertezza dovuta al fatto che si ritiene discendente la parabola dei
giovani dopo anni e anni in cui vi era una forma di ottimismo capace di
vedere il futuro e gli anni successivi come sempre migliori.
Forse quindi bisogna fermare una china pericolosa. E' realmente
necessario un rinnovamento nella cosa più nobile: la politica.
Per farlo occorre un ricambio anche generazionale della politica per
evitare gli errori del passato e per stabilire una tabella di marcia a
misura dei giovani. Perché spesso un'agenda politica può essere
differente se la stabilisce un trentenne, anziché un settantenne.
Per avviare questo rinnovamento però occorre una reale intenzione per
volerlo attuare. Ed occorre una nuova dinamicità delle giovani
generazioni.
Per volerlo attuare non bisogna scadere nel giovanilismo di maniera ne
tantomeno nella mera cooptazione che quasi sempre è un tentativo della
classe politica dominante di conservare se stessa e di preservare la
propria reputazione. Ma al tempo stesso dobbiamo essere noi ad essere
dinamici: studiare, essere onesti, appassionarsi alla politica e avere
lo spirito giusto può aiutarci in questa ardua impresa.
Se verranno utilizzate queste caratteristiche una nuova generazione
potrà andare avanti. Potrà prendersi il ruolo che gli spetta, potrà
prendersi il partito.
Senza uccidersi tra fratelli, bisogna anche dire che molto spesso è
necessario uccidere i padri. Per la società tutta.
Se saremo coerenti e motivati, caro Claudio, possiamo arrivare a questo
importante obbiettivo.
Nel mio piccolo in questa campagna elettorale, essendo tra l'altro il
più giovane candidato del Pd e del Lazio, penso di poter dare un piccolo
contributo ad una grande causa comune.
E cercherò di ridare, per quanto mi è possibile, la nobiltà che spetta a
quella cosa magnifica che è la politica.
Livio Ricciardelli